ITALIA NOSTRA SEZIONE DI VENEZIA
Fig. 1. Cliccare sull'immagine per ingrandire e per un commento.
Figg. 2 e 3 - Degrado della zona intertidale (da "Il sistema delle sponde", di Ivano Turlon et al., in Venezia la città dei rii, a cura di G. Caniato et al., Unesco, Insula Spa e Cierre Edizioni, Verona 1999,pp.101 - 129).
Figg. 4,5,6. Degrado della zona sommersa.
Fig. 7. Ingrandendo l'immagine si vedrà il rilievo della ragnatela di fessure su questa facciata (da Quaderni, cit., p. 23(Ibid. p. 23)
Fig. 8 Un canale svuotato dell’acqua per rifare le sponde. I tubicini servono per iniettare del “materiale legante” per il consolidamento delle pareti; resta da sperare che la tecnologia usata regga nel tempo (da Quaderni, cit., p. 68).
Figg. 9, 10, 11.
Barene lagunari in via di erosione. Le increspature che si vedono sull’acqua in fig. 9 non sono naturali
ma causate dal passaggio di imbarcazioni lontane. Normalmente le acque sarebbero immobili e
specchianti o, in presenza di brezze termiche, leggermente e uniformemente increspate.
Ciò costituiva parte essenziale della poesia della laguna.
(*) Un aspetto positivo dell’introduzione delle targhe è stato il censimento delle imbarcazioni naviganti in laguna. Il loro numero risulta aggirarsi sulle 35.000 (confermando con notevole precisione la stima di 30.000 già presentata dalle associazioni).
Figg. 12, 13 - Da Insula,
Quaderni, N. 12, anno IV,
Fig. 14. Due lancioni lagunari in azione (da Quaderni, cit.) p. 13.
Fig. 15 . Una nave da crociera fa il suo ingresso nel Bacino di San Marco. Per una sequenza impressionante di immagini cliccare sulla fotografia.
Fig. 16 . Vaporetti in Canal Grande (ibid. p. 6)
Fig. 17. Mototopi per il trasporto di merci (ibid. p. 176)
Fig. 18.Il trasporto di merci deve convivere convivere con gondole e taxi (ibid. p. 26)
Fig. 19. Anche la raccolta dei rifiuti avviene mediante imbarcazioni (ibid. p. 35)
Figg. 20,21. Barchini.
Fig. 22. Uno dei rari cartelli con indicazione del limite di velocità. Malgrado le pressioni di cittadini, si è fatto ricorso a inestetici cartelli di tipo stradale adducendo obblighi imposti da una normativa europea.
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English
version Il moto ondoso a Venezia e nella sua laguna Se a Venezia vi capiterà di farvi trasportare per
via d’acqua all’aeroporto o all’albergo, vi preghiamo di dare
un’occhiata alle onde che, partendo dalla prua e dalla poppa del vostro
taxi, si abbatteranno sulle case lungo i canali o sulle sponde erbose
delle isole lagunari; vi chiederete come possa una città sopravvivere a
un trattamento così brutale. “Forse, rifletterete, forse la mia è
un’impressione infondata. Non può essere che si creino dei danni così gravi;
i veneziani sapranno quello che fanno.” Invece avevate colpito il centro
di una contraddizione antica e quasi incredibile. Perché, contrariamente
a un’opinione molto diffusa, il vero pericolo per la sopravvivenza
fisica della città di Venezia non sono le acque alte e non sono le
alluvioni. Il vero e immediato pericolo proviene dal moto ondoso
generato delle eliche dei motori marini. In superficie, l’onda schiaffeggia rive, case e
palazzi. Quello che dal taxi non si vede è che ad ogni colpo viene
asportato qualche granello di pietra, di malta o di mattone. La violenza
dell’impatto è proporzionale al cubo della velocità dell’onda
(che a sua volta dipende dalla velocità dell’imbarcazione). E’ questo il
degrado della zona intertidale rappresentato nelle figure 2 e 3 accanto. Dietro le pietre non c’è roccia, ma la terra friabile delle isole locali. Il ritorno dell’acqua dopo l’impatto comincia a risucchiare quella terra, ed è così che sotto le strade e sotto i pianterreni dei palazzi si creano le prime voragini. Una donna è precipitata quando la strada è crollata sotto i suoi piedi lungo il canale della Giudecca, vera autostrada marina: una caduta di tre metri. Lo stesso è accaduto a un uomo sulla riva dei Sette Martiri, lungo il trafficatissimo bacino di San Marco. Molti tratti delle strade che fiancheggiano canali, specialmente in corrispondenza delle rive d’attracco, sono visibilmente incavati perché il fondo stradale non ha più sostegno. E’ questo il degrado della zona sommersa descritto nelle illustrazioni a fianco (fig. 4,5 e 6) e ripetutamente denunciato dalla stampa locale. Ma le fessure create dal risucchio tra una pietra e l’altra si propagano inesorabilmente anche verso l’alto. I muri esterni delle case s’incrinano in modo sempre più vistoso. Qualcuno di essi è già crollato, lanciando i primi segnali d’allarme. Nella figura 7 vedete l’esame di un edificio prospiciente un canale. Da più di una decina d’anni i giornali locali hanno iniziato a lanciare fortissimi segnali d’allarme. Il governo nazionale si sobbarca enormi spese per la cosiddetta manutenzione dei canali, che in realtà è principalmente la riparazione parziale dei danni da moto ondoso. La Legge per la Salvaguardia di Venezia paga le fatture, mentre nessuno pensa a limitare le cause dei danni. E pochi ricordano che una città restaurata e rifatta non è più la città originale. Materiali e tecniche sono necessariamente diversi; le pietre di sostituzione non sono più quelle di prima; attraverso mille tubetti si iniettano materiali leganti che prima non c’erano; quella che si sta costruendo è un realtà una copia delle parti sommerse (v. figura 8). Fuori in laguna (figg. 9, 10, 11) i danni sono anche peggiori. Le isole erbose (barene) vengono erose senza pietà. Negli ultimi anni la loro superficie totale si è ridotta (anche per altre cause) da 70 a 40 chilometri quadrati, e si prevede che entro il 2050 potrebbero essere scomparse del tutto. I fondali vengono rimestati e rilasciano sedimenti, che la marea trascina via; di conseguenza alghe, erbe e pesci scompaiono, i fondali si appiattiscono e la laguna si trasforma in un braccio di mare fangoso, sempre più uniforme e profondo e sempre più spesso solcato da grosse imbarcazioni in planata. Infine, la parte estetica. Da quando ci sono i motori e impera l’arbitrio dei piloti, la città non è più la stessa. Ha perso gran parte della sua poesia. Il bacino di San Marco è martoriato, flagellato da onde perpetue. Le immobili, specchianti acque della laguna sono diventate un ambiente ostile. Ciuffi di plumbee acque spumeggianti si sollevano da ogni parte. Lo sguardo deve alzarsi verso le rive e verso il cielo per trovare una parvenza di pace. Solo alle quattro o cinque del mattino si può avere un’idea di che cosa fosse e possa ancora essere lo spirito antico di questa città. Ma dopo le cinque arrivano i primi barbari e si ritorna all’assurda, incredibile distruzione. Il governo dichiara lo Stato di EmergenzaChe ci sia un’emergenza in atto non è un’idea di Italia Nostra. Ognuno può constatarlo, e lo ha dichiarato ufficialmente il governo nazionale. Nel settembre 2001 un decreto del ministro degli Interni proclamava lo STATO DI EMERGENZA PER VENEZIA E LA SUA LAGUNA A CAUSA DEL MOTO ONDOSO. La cosa è passata quasi inosservata sulla stampa nazionale, ma non nella città di Venezia, che da decenni attendeva una risposta al gravissimo problema. Allo stato d’emergenza corrispose una misura eccezionale : la nomina di un COMMISSARIO STRAORDINARIO PER IL TRAFFICO ACQUEO. Doveva essere un’autorità unica (a fronte delle cinque-sei che scaricavano l’una sulle altre le responsabilità del massacro), e fu dotata di poteri eccezionali. Italia Nostra poté ricominciare a sperare. Da quasi dieci anni si era unita ad altre associazioni locali (principalmente la veneziana Pax in Aqua, il cui scopo sociale è “la lotta al moto ondoso a Venezia e laguna”, ma anche il WWF e altre associazioni) per chiedere un riordino della navigazione lagunare. Prima della nomina del Commissario avevamo già ottenuto:
Con la nomina del Commissario ci si potevano aspettare delle azioni energiche ed efficaci. Ma il Commissario non fu, come si chiedeva, un’autorità esterna e super partes. Fu nominato lo stesso sindaco Paolo Costa, ossia una delle parti responsabili del degrado e soggetto alle pressioni elettorali dei gruppi di operatori economici coinvolti. Il Commissariamento durò quattro anni (2001-2005) e, incredibilmente, non determinò nessun miglioramento nella situazione, salvo un molto parziale successo in un solo canale, il Canal Grande. Sulle ragioni di questo e di altri insuccessi commissariali indagò, ottenendo preoccupanti ammissioni da parte del sindaco-commissario Paolo Costa, la giornalista Milena Gabanelli sul suo programma “Report”. Dal luglio 2005 l’autorità è ritornata nelle mani dei sei poteri che l’hanno da sempre vanamente detenuta (Comune di Venezia, Magistrato alle Acque, Capitaneria di Porto, Guardia di Finanza, Provincia di Venezia e Polizia Provinciale, Comando dei Carabinieri; si noti che manca l’istituzione che dovrebbe intervenire forse più di tutte, ossia la Soprintendenza ai Monumenti, il cui responsabile ha dovuto ammettere la sua impotenza anche giuridica). Lo sfacelo continua e il degrado aumenta. Il sindaco-commissario ha speso gran parte dei suoi cospicui fondi (quindici milioni di euro a quanto ci risulta) in studi, convegni e consulenze. Noi di Italia Nostra abbiamo fatto le nostre proposte e discusso quelle di altri. Abbiamo presenziato a decine di incontri pubblici e presentazioni di piani e studi che dovevano dettare linee d’azione taumaturgiche. Ma gli studi sono rimasti sulla carta. Nulla, assolutamente nulla, è cambiato in laguna e nei canali interni. Sono state imposte targhe(*) ai natanti, ma non ci sono controlli; anzi, i pochi che vengono effettuati si limitano ora proprio all’aspetto burocratico della presenza e posizione della targa, omettendo quello che conta, ossia l’osservanza dei limiti di velocità. Cause e rimedi del moto ondosoL’uso di imbarcazioni a motore avviene per le seguenti ragioni:
1. Trasporto di persone. Esistono a Venezia 281 taxi acquei con licenza. Essi riescono a condizionare l’operato delle amministrazioni comunali fino a procedere impunemente alla distruzione di rive e isole. Non viene attuato alcun tentativo di limitare i danni attraverso ovvi provvedimenti come: · imporre regolari controlli alla velocità; · proporre scafi meno impattanti e motori meno potenti; · ridurre il numero di passeggeri (unici al mondo, i taxi di Venezia possono portarne fino a ventiquattro); · introdurre “minitaxi” adatti ai canali interni; · applicare tariffe a tempo invece del costoso “noleggio d’imbarcazione con conducente”. In nessun luogo lagunare è consentita una velocità superiore a venti chilometri all’ora; ma per i taxi diretti all’aeroporto o al Lido quella di routine è piuttosto tra i quaranta e i sessanta. La polizia lagunare ha scritto: “In particolare nel canale dell’aeroporto le punte massime di velocità sono raggiunte dai taxi, con valori fino ai 59 chilometri orari, mentre nelle stazioni localizzate in Venezia si è rilevata una velocità massima di 46 km/h per un taxi e di 70 km/h per un’imbarcazione da diporto.” E va aggiunto che i metodi di rilevamento adottati dalla polizia sono tali, che le imbarcazioni avvistano la polizia a grande distanza e hanno il tempo di rallentare vistosamente. I lancioni o lancioni Gran Turismo sono delle piccole navi specializzate nel trasporto di gruppi di turisti dal parcheggio degli autobus (nella zona chiamata Tronchetto) a piazza San Marco. Negli ultimi vent’anni sono passati da poche unità a centocinquantaquattro (censite in base agli approdi effettuati a San Marco). I loro scafi sono marini, non lagunari e i loro permessi sono concessi con i criteri della navigazione in mare aperto. Hanno reso impossibile o almeno pericolosissimo il passaggio delle
piccole imbarcazioni nel tratti da loro frequentati. In particolare il
bacino di San Marco è a causa loro divenuto uno spettacolo pietoso di
altalene tra onde provenienti da tutte le direzioni.
Le due torri austriache dell’isola di San Giorgio, accanto alla chiesa del Palladio, stavano per scivolare nella laguna a causa del risucchio delle malte e si è dovuti intervenire con pesanti lavori. Nell’ultimo decennio è divenuto sempre più intenso il traffico delle navi da crociera. Molte di esse, con scali plurisettimanali, possono portare tra i mille e i duemila passeggeri. Alle navi viene permesso di passare per il bacino di San Marco e il canale della Giudecca, con il risultato di immensi spostamenti d’acqua, inquinamento ambientale e acustico e pericolo di incidenti gravissimi per il patrimonio architettonico ( le navi più grandi , vicine ai trecento metri di lunghezza, devono eseguire un’inversione di rotta in un diametro operativo di 305 metri). Veneziani e turisti restano immancabilmente sospesi a fissare il loro passaggio, surreale a causa della sproporzione con le minuscole case delle rive adiacenti. Dal porto d’attracco i croceristi vengono poi trasportati al centro storico a mezzo di taxi, creando pomeriggi interi di maremoto nei canali. Le gondole di fronte alla piazza si sono dovute parzialmente proteggere con frangiflutti temporanei e poco estetici – e si tratta di uno dei luoghi che erano tra i più suggestivi dell’intera città. Il trasporto pubblico locale avviene a mezzo dei ben noti “vaporetti”, imbarcazioni dallo scafo perfettibile ma sostanzialmente ben calcolato. Alle basse velocità non producono quasi nessun moto ondoso superficiale (quello sommerso purtroppo rimane). Ma gli orari di percorrenza sono stati studiati senza tener conto dei tempi di sosta ai pontili per imbarco e sbarco dei passeggeri (interminabili nelle stagioni turistiche). Di conseguenza i piloti, per rispettare gli orari, sono “obbligati” a velocità più sostenute e rovinose per l’ambiente. Tali eccessi vengono tollerati (si “chiude un occhio”) e il degrado aumenta. 2. Trasporto di cose. In mancanza di regole, la struttura delle imbarcazioni da trasporto si è via via trasformata nel senso più vantaggioso per gli operatori, senza rispetto per l’ambiente naturale e artistico. Oggi gli antichi “mototopi” sono delle vere corazzate da guerra, che percorrono anche i più delicati canali interni, negoziando le curve con potenti retromarce, emettendo nuvole di polveri sottili, sbattendo contro ponti e angoli di palazzi. Il Commissario ha speso una parte dei suoi fondi per far costruire un prototipo di imbarcazione da trasporto, lasciando un ennesimo reperto per un futuro museo dell’inefficienza. Ogni imbarcazione ha i suoi clienti e percorre ogni giorno i canali dell’intera città.
Distribuendo le consegne per canale anziché per operatore si avrebbe un risparmio delle percorrenze
del 50-80 per cento. Per far ciò occorre un Centro d’Interscambio Merci per il passaggio da ruota a
barca e se ne parla da vent’anni. Il Commissario ha speso altri fondi per uno studio di fattibilità
assegnato a una
compagnia tedesca.
Con enorme spesa ha poi acquistato lo stabile in cui il Centro
potrebbe sorgere. I lavori per la costruzione sono iniziati nel 2005 e se ne promette la
conclusione per il 2009 (
Gazzettino
e
Nuova Venezia
), al costo totale di 30 milioni di euro, tutti da fondi pubblici. 3. I diportisti. I danni creati dai residenti avvengono soprattutto in laguna, dove i giovani (ma anche molti non
giovani) volano in
planata
per il gusto della velocità.
Ma danni ancora maggiori provengono dagli abitanti della terraferma, che mantengono grossi
motoscafi da diporto nelle molte darsene la cui apertura è stata permessa sulla gronda lagunare e
che nei giorni di festa attraversano la laguna a forte velocità per raggiungere il mare.
Sono la causa principale dell’erosione di molte isole e di molti canali lagunari.
La loro Le misure necessarieLe misure più importanti e urgenti sono le seguenti:
Sono tutte misure di buon senso, che non inciderebbero per nulla sull’economia cittadina (se non forse aiutandola a crescere) e che aiuterebbero Venezia a sopravvivere. Perché non vengano attuate rimane inesplicabile. Si può solo pensare che i particolarissimi interessi degli operatori economici del settore trasporti (a sua volta legati allo sviluppo del turismo di massa, molto proficuo) siano riusciti a condizionare l’operato di tutte le amministrazioni comunali degli ultimi decenni. Le prospettiveIl problema del moto ondoso si scontra, come quello del turismo di massa, con interessi economici in fondo mal calcolati (perché una politica corretta causerebbe anche un’economia più florida), ma fortemente consolidati sulla base di strutture spontanee, sorte per l’interesse di singoli gruppi o addirittura singole persone (com’è stato il caso dei “lancioni”, che oggi monopolizzano il trasporto di gruppi turistici dagli autobus al centro storico). La politica locale si è dimostrata impotente, o piuttosto restia per ragioni di clientelismo elettorale, a regolare il fenomeno. Qualche sussulto di attenzione si è avuto solo sotto la spinta delle associazioni di cittadini (come Italia Nostra, il WWF e i circoli di voga e vela). Ma si può ragionevolmente temere che nulla di sostanzioso cambierà finché i residenti non verranno colpiti nei loro interessi diretti e particolari. Ciò sta ora avvenendo con l’inquinamento atmosferico, quello acustico e più ancora con le fessurazioni degli edifici prospicienti i canali. La funzione di Italia Nostra deve dunque consistere nel continuare a esercitare un’opera di pungolo per le amministrazioni, ribadendo senza posa l’assurdità, la cecità e l’irresponsabilità delle politiche adottate finora. Ma la speranza più forte riposa sulla funzione di raccolta e coordinamento delle iniziative che cominciano a comparire tra gli abitanti, utilizzando anche le forze fresche, consapevoli e genuinamente bene intenzionate costituite dai nuovi residenti, inclusi i proprietari delle seconde case.
Immagine dal sito http://www.venessia.com. |