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Sommario

 

Notizie brevi, ma importanti
G. O.

Venezia, c'eravamo tanto illusi
Pierluigi Cervellati

Un ponte fra tante Europe
Silvia Ronchey

I guai del Mose
Cristiano Gasparetto

Le lagune
Lorenzo Bonometto

Le alternative al Mose
Lidia Fersuoch

Il pericolo non viene dalle maree
Lidia Fersuoch

Acque amiche, acque nemiche
di Gherardo Ortalli

"Collinette" tossiche in Laguna
Alvise Benedetti

Venezia, come se non ci fosse l'acqua
Massimo Favilla

Grandi opere, grandi rovine
Gruppo di Mirano di Italia Nostra

La luce fredda e dura
Raffaele Finazzi

English version

ITALIA NOSTRA
ASSOCIAZIONE NAZIONALE PER LA TUTELA DEL PATRIMONIO STORICO ARTISTICO E NATURALE DELLA NAZIONE

SEZIONE DI VENEZIA

 

 

 

Bollettino n. 429 settembre 2007


Versione on line

Questa versione contiene i testi integrali degli articoli comparsi sul bollettino a stampa e altri interventi che, per ragioni di spazio, non era stato possibile inserire e che qui sono indicati con l'espressione "solo on line"

Notizie brevi ma importanti

G. O.

L’Amministrazione civica ha ben presente il peso del turismo su Venezia. Dunque: limitare le modifiche di destinazioni d’uso per nuovi alberghi! Salvo poi avere in questi mesi venduto Palazzo Zaguri a San Maurizio, palazzo Nani e palazzo Bonfardini (vecchio patrimonio della città!): siamo sicuri che non saranno alberghi?

In una città difficile come Venezia occorre assicurare almeno i servizi fondamentali. Peccato che l’ASL abbia chiuso il grande ospedale al Lido lasciando le migliaia di abitanti del luogo privi dei servizi prima erogati e ora si cerchi di vendere al migliore offerente la splendida grandissima e delicata area che viene abbandonata.

Non passano più le petroliere davanti a San Marco e sul Canale della Giudecca. Ma possono ben transitarci le enormi meganavi da crociera lunghe quasi 300 metri da 60.000 tonnellate di dislocamento! Certo i vantaggi per qualcuno ci sono e per i danni e i rischi si arrangerà Venezia.

La città perde i pezzi. 14 settembre 2007: all’alba cade un pezzo di marmo della facciata del Museo Correr in Piazza San Marco: ora giusta; non c’era nessuno. 29 settembre 2007: dalla facciata di Palazzo Ducale si stacca un blocco di pietra d’Istria e una scheggia ferisce un turista tedesco (è andata bene: solo 20 giorni di prognosi). «Evento imprevedibile»; «salvo per miracolo». Ma chi ci amministra e tutela non dovrebbe sperare nei miracoli.

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Venezia, c'eravamo tanto illusi

Pierluigi Cervellati

C’eravamo tanto illusi. Cacciari, sindaco autorevole, con un’idea precisa di città. D’Agostino, competente assessore all’urbanistica. Benevolo progettista del nuovo piano regolatore. All’inizio dei ’90 nessuno avrebbe scommesso sul ribaltamento di una strategia politica consolidata. Da anni, il rito si replica in 3 fasi. Grido d’allarme sulla morte della città speciale (l’omonima legge è del ’73). Erogazione di consistenti finanziamenti pubblici. Consorzi d’imprese SpA, gestiscono i finanziamenti pubblici e realizzano privati guadagni. Il PRG di Dorigo del ’62, il piano per trasformare Venezia in città fabbrica è dimenticato da tempo. Era un piano, sbagliato, all’insegna però della pianificazione pubblica. Una nuova zona industriale, dentro la Laguna e un centro direzionale sopra l’isola artificiale “Tronchetto”, allora appena prosciugata, avrebbero dovuto saldare Venezia (come “centro storico”) a Mestre (quale periferia operaia). Il piano fallì. Contestato dalle contesse di Italia Nostra per gli scempi che avrebbero devastato maggiormente lo scenario storico, fu rigettato anche dai partiti popolari. In particolare dalla DC: meno proletari più proprietari, il suo slogan. Condiviso da tutti. Come quello degli architetti: rinnovare la città attraverso l’architettura moderna. La realizzeranno: non la rinnoveranno, non freneranno l’esodo.

Venezia centro storico si restringe in un’area che si avvicina progressivamente a piazzale Roma. Si svuota. Mestre si gonfia. E si strozza con una tangenziale belluina. Esplode oltre i confini. Nel centro, sempre meno storico, aumentano turisti, boutique e bancarelle, alberghi e locande. Si elaborano piani comprensoriali, lagunari e provinciali, rimasti chiusi nei cassetti delle amministrazioni. La città speciale, unica al mondo, deve unirsi, omologarsi, al suo entroterra produttivo ed espansivo. Non può separarsi dalla periferia che ormai coincide con il mitico Nord Est. Lo sanciscono ripetuti referendum. Venezia sta diventando il simulacro di se stessa. L’acqua, invece che risorsa, è valutata ostacolo: la Laguna –nonostante piani e progetti- è abbandonata a se stessa. Il canale dei petroli, il porto e il petrolchimico sono tabù. Intoccabili. Continueranno –in parte- ad esserlo anche nel piano Benevolo. Ma con questo piano si ribalta lo stereotipo dello sviluppo sostenibile, eco-compatibile, di tutto e del suo contrario. Venezia da “centro” può ritornare ad essere “città” storica. Può ritornare, con interventi di manutenzione, di restauro e di ripristino, ad essere abitata, vissuta e non solo usata e consumata. L’acqua è di nuovo protagonista della sua specificità. Modificando l’approdo e i percorsi, riscoprendo zone abbandonate, la mobilità turistica non dovrà più coincidere con quella di chi ci abita e lavora. Mestre da periferia, per la prima volta è pianificata come città. Separate, distinte le due “polarità” sono unite dal grande “parco lagunare”.

Nuovo secolo. Nuovo sindaco. Vecchie strategie. Si abbandona la pianificazione per il marketing. Il “marchio” come vuoto simbolo di una virtuale conquista produttiva. Proliferazione di camere a ore, locande, bed & brekfast, snak bar, paninerie e pizzerie fin dentro i canali, (la cui pulizia era iniziata con Cacciari). Venezia tutta albergo, niente città, punta ancora e solo sul turismo. Le trombe annunciano da anni che domani o dopodomani, si ammirerà il 4° ponte sul Canal Grande. Un costoso inutile “capolavoro” di architettura contemporanea e, visti gli infortuni, di stupidità ingegneresca. Si rilancia il MOSE, le barriere mobili fra Laguna e Adriatico. Influenza dei consorzi SpA (in continuo aumento). Potenza di un rito immutato. La “serva padrona”, come scrisse Braudel, rispolvera il suo duplice ruolo. Piange e con fare servile, allarma: la città più bella del mondo ha i giorni contati. Aiutatemi. La città scende, il mare sale. Il MOSE (di arretrata tecnologia) si deve fare a tutti i costi! Costa molto, danneggia l’ambiente e –com’è noto- non risolve il problema dell’acqua alta. E’ però un investimento colossale; rende molto. Con il materiale di risulta degli scavi si potrà restaurare la Laguna in modo esemplare: persino chiudere il canale dei petroli e trasferire altrove porto e ciò che resta del petrolchimico (fino a ieri sacri). Con la mira di ottenere altri finanziamenti scaturisce un’inedita sensibilità ambientale. Riconvertendo le aree dimesse ci saranno altri ricavi. Altri lavori. Nuove erogazioni. Venezia ritorna padrona. Il “mostro” MOSE diventa attrazione turistica. La Diga dentro la Laguna è venduta come opera d’arte contemporanea. Può contribuire a rafforzare il primato di Venezia: la città più importante del nostro paese per l’arte contemporanea, sostiene Cacciari. Forzato sindaco per la terza volta, stanco degli scippi di Roma, rivendica la supremazia artistica del presente. Quando non si ha idea del futuro della città, ci si rifugia nell’estetica. E il sindaco tace sulla perdita di senso della sua città.

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Un ponte fra tante Europe

Silvia Ronchey

Moltissimi, fra gli scrittori degli ultimi due secoli, hanno frequentato Venezia; molti ne hanno scritto; al centro delle impressioni di quasi tutti si trova qualcosa che potremmo chiamare la sua essenza “bizantina”.
Se il giovane Wilde, venuto con i genitori, aveva ammirato “il perlaceo e il porporino della conchiglia marina che echeggia nella chiesa di San Marco”, a Proust, arrivato con la madre ma anche con l’amante Reynaldo Hahn, grazie a un temporale era stata concessa, nella stessa basilica, “quell'ora di buio e di tempesta in cui i mosaici brillano soltanto della propria materiale luce e di un oro interno, terrestre e antico”.
A D’Annunzio “l’armoniosa piazza di San Marco era sembrata il vestibolo d’un paradiso materiato di marmo e d’oro”. Anche Walter Benjamin amava i mosaici di San Marco, sebbene disapprovasse le borghesi oziose che gettavano il pane ai piccioni. Jean Giono raccomandava lo spettacolo della piazza a notte fonda. “Il silenzio di Venezia”, scriveva, “può essere comodamente utilizzato per il godimento di tutta una vita”.
Qualcuno aveva esplicitato autorevolmente e perentoriamente, già molti secoli prima, l’affinità tra Bisanzio e Venezia: una parentela così stretta da potersi considerare una filiazione. Era stato l’ultimo grande intellettuale bizantino, proprio lui, Bessarione, che troneggia nella Scuola di San Giorgio e San Trifone degli Schiavoni, celato sotto la maschera del Sant’Agostino visionario e astronomo del telero di Carpaccio, a considerare Venezia la “seconda Bisanzio”.
In una lettera al doge Cristoforo Moro, Bessarione chiamava Venezia proprio così, alterum Byzantium. Così la vedeva quando, affacciandosi dall’isola di San Giorgio sulla laguna e scorgendo la cupola di San Marco in lontananza, gli pareva di essere sul Corno d’Oro. Così la giudicava non solo nel lasciarle i suoi preziosi libri, ma nell’indirizzarle i più insigni e ricchi aristocratici di corte bizantini sfuggiti alla strage turca, che lì avrebbero fondato la massima comunità greca d’Europa. Di Bisanzio gli pareva che Venezia avesse il cosmopolitismo, perché tutti gli esuli delle molte e variegate province ex bizantine “scendevano in primo luogo a Venezia venendo per mare dalle loro terre”.
Dalle loro avventure commerciali nel Levante i veneziani, per secoli, avevano ingegnosamente ricavato non solo denaro, ma un’intera estetica, un gusto dell’imitazione, o del trompe-l’oeil. La loro basilica sfolgorante di pitture e mosaici che avrebbe così colpito Wilde, Proust, D’Annunzio, Benjamin, Giono e tanti altri, era palesemente ispirata a quella dei Santi Apostoli di Costantinopoli. Molte altre chiese della laguna erano intitolate a santi greci e gremite delle loro reliquie. Le loro opere d’arte i veneziani le avevano copiate, quando non importate, da Bisanzio. In ogni caso lì, in quel fantasma di Corno d’Oro, avrebbero continuato a vivere.

Fu probabilmente questa consapevolezza, anzitutto, a far scegliere al grande Bessarione proprio Venezia come ultima patria bizantina in Europa. Già nel dicembre del 1461 si era fatto iscrivere tra i membri del Maggior Consiglio, diventando così a tutti gli effetti patrizio della Repubblica. I prolungati e oculati rapporti con l’ala illuminata e colta dell’aristocrazia veneziana – Lodovico Foscarini e i Morosini, Francesco Barbaro e i Giustinian, Francesco Contarini e i Dandolo, i Trevisan, i Donà, i Barbarigo e i loro amici – gli avevano consentito di insinuarsi, dopo che nella corte bizantina e nella curia romana, nella lobby più chiusa del potere laico occidentale. Fu alla Repubblica, e non alla curia pontificia né ad alcuna delle signorie europee che lo proteggevano, che lasciò in eredità quello che possiamo considerare il codice genetico della nascente cultura moderna: la sua immensa e preziosissima biblioteca, costituita alla vigilia, durante e dopo la caduta di Costantinopoli.
I libri che la componevano erano sempre stati scelti con rara competenza e cura tra quelli che rappresentavano la linea migliore e più antica nella tradizione manoscritta dei loro autori. Ma dopo il 29 maggio 1453, il bagno di sangue che segnò il passaggio della Città delle Città in mano all’Islam, la passione privata del bibliofilo si era trasformata in progetto politico. Bessarione mirava a formare una vera e propria biblioteca nazionale, dedicata — come scrive testualmente in una lettera all’amico Michele Apostolis — “a tutti i bizantini”, perché “passata la tempesta potessero trovare un giorno riuniti in un luogo sicuro i frutti della loro civiltà”. Si era così dedicato “con passione tanto più bruciante” a procurarsi con qualsiasi mezzo, non importa quanto costoso o rischioso, i manoscritti più importanti e rari che gli risultavano ancora dispersi nell’ex territorio di Bisanzio ora sottomesso agli osmani di Mehmet II Fatîh, oltreché a cercare di aggiudicarsi i migliori tra quelli che si trovavano già in Europa occidentale. “Temevo, e la cosa mi spaventava atrocemente, che tanti libri bellissimi, i risultati di tante veglie e fatiche di uomini intelligentissimi, tante luci accese a illuminare il mondo, corressero il pericolo di essere distrutti, insieme al resto, in poco tempo.”
Arricchita di sempre nuovi esemplari strappati ai cannoneggiamenti, agli incendi, ai saccheggi e a tutta la devastazione turca dagli emissari e dagli avventurieri che aveva di volta in volta assunto al suo servizio, oltreché di copie di codices optimi approdati per altre vie in occidente, la biblioteca di Bessarione era arrivata a contare alla sua morte, nel 1472, circa mille libri, contro i quattrocentoquattordici che nel 1455 vantava la raccolta vaticana, allora la più illustre del mondo. La cosiddetta donazione marciana avrebbe formato il nucleo dell’omonima biblioteca, nel palazzo a due piani eretto nel 1559 da Jacopo Sansovino — appena dietro l’angolo della piazza che per D’Annunzio è “vestibolo del paradiso” — e di tutto il babelico edificio dell’erudizione umanistica. La forza propulsiva di ciò che stava in quelle casse avrebbe vinto ogni resistenza, diffidenza, avidità. Attraverso le mediazioni, consulenze, copie dell’intelligencija greca emigrata nella laguna, e per mezzo della divulgazione a stampa, i codici di Bessarione avrebbero irradiato in tutto il mondo la rinascenza dell’intera cultura classica. Dall’eredità libresca di Bisanzio a Venezia nacque il Rinascimento.

D’altronde, e l’aveva sottolineato già nel dodicesimo secolo Eustazio di Tessalonica, un arcivescovo bizantino erudito e bibliofilo quanto Bessarione, la costituzione della repubblica veneziana era quanto di più vicino al modello di costituzione mista — compromesso di monarchia, aristocrazia e democrazia — teorizzata da Platone e Aristotele. Se non a uno stato ideale, quanto meno Bessarione lasciava il Dna bibliografico di Bisanzio, e con ciò dell’antica cultura greca che per più di mille anni gli intellettuali bizantini avevano conservato, studiato, copiato, commentato e trasmesso, a un vero stato, che ne avrebbe garantito la fruizione collettiva. Secondo la precisa disposizione del legatario di liberum aditum dare a chiunque volesse ad ipsam librariam accedere et legere ac studere, la biblioteca che la donazione insediava a Venezia doveva essere statale, pubblica. Un concetto non facilmente reperibile né nei domìni del papa-re, né nelle corti delle signorie quattrocentesche. Un concetto importantissimo per un bizantino.
Per chi conosce l’importanza di Bisanzio e del suo oggi culturalmente obliterato o psicologicamente rimosso ma fondamentale ruolo storico, politico, geopolitico, e certo per i veneziani stessi, l’eredità bizantina di Venezia è la più preziosa, forse, di tutte le memorie e tradizioni che la Serenissima ha raccolto e che la città oggi rappresenta; in ogni caso un’eredità civile, oltre che estetica, culturale, artistica: un’eredità che l’Europa non può e non deve ignorare, se vuole davvero discernere, fra le proprie radici, i complessi legami che la legano indissolubilmente all’oriente, e in particolare a quella possibilità e capacità di mediazione tra oriente e occidente — non civiltà contrapposte, ma parti complementari e indissolubili di un’unica civiltà — che Bisanzio per undici secoli, dal quarto al quindicesimo, ha rappresentato, e che Venezia ha, per così dire in effigie, perpetuato.

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I guai del Mose

Una battaglia culturale e democratica perché Venezia e i suoi abitanti possano continuare a vivere la laguna

Cristiano Gasparetto

Acqua Alta. Per ben comprendere il fenomeno e i rimedi che si vorrebbero adottare, è opportuno ricordare che a Venezia così si chiama l’inondazione di alcune vie cittadine da parte delle maree lagunari per il molto crescere di quella marina. Quando la marea é a 110 centimetri sul livello medio del mare, vuol dire che alcune vie avranno acqua per 10-20 centimetri.
Questo fenomeno, negli ultimi 150 anni, è aumentato di frequenza e dimensione perché l’estensione del bacino lagunare è stata ridotta quasi di un terzo con grandi bonifiche per costruire la zona industriale di Marghera e, in vista di un suo ipotetico sviluppo, per formare nuove isole; ma anche per altri interventi quali la costruzione dell’aeroporto e la separazione delle valli da pesca dal libero flusso di marea per poterle privatizzare. Influenti, per una modifica complessiva della idrodinamica lagunare, sono state pure la formazione di lunghi e profondissimi canali, la costruzione delle dighe alle bocche di porto e il loro continuo scavo senza che, nel contempo, si effettuassero le manutenzioni necessarie delle difese a mare e a terra - come per millenni aveva fatto la Repubblica Veneta -. Queste sono le vere cause, dovuta all’uomo, che, in condizioni naturali estreme, hanno portato alla terribile alluvione del novembre1966 con marea a 194 centimetri.
Pur approvando leggi – tutt’ora in vigore anche se non rispettate – per cui ogni intervento in laguna avrebbe dovuto essere progressivo, sperimentale e reversibile, usando strumentalmente la spinta di un’opinione mondiale scioccata per una possibile perdita di una città irripetibile come Venezia e con procedura lesiva anche di norme europee, è stato costituito un Concessionario Unico. Si è formato così un pool di grandi Imprese nazionali, per studiare, proporre, progettare ,ed ora, realizzare quello che viene chiamato sistema MoSE, senza possibilità alcuna di valutazione di soluzioni diverse e senza possibilità “terza” di giudizio sulla qualità delle opere. Queste, del MoSE, consistono in 79 portelloni sommersi - ognuno più alto della Chiesa di San Marco - che dovrebbero alzarsi quando si prevedono maree marine superiori ai 110 cm., incernierati su cassoni di fondazione collegati a 12.000 pali infissi fino a oltre 40 metri di profondità, con un’isola artificiale all’interno della bocca portuale di Lido e complementari dighe in mare e conche di navigazione ai lati degli accessi portuali.
Italia Nostra e le maggiori associazioni ambientaliste nazionali sono state da subito contrarie a questa opera perché ritengono che non rimuova le vere cause delle alte maree e che, quando i portelloni non saranno utilizzati, per le trasformazioni fisiche che si saranno rese necessarie alla loro installazione, faranno aumentare altezza e frequenza di tutte le acque alte. Un’ opera quindi pericolosa; contraria allo scopo che si prefigge; costosissima (4,2 miliardi preventivati per la costruzione, 30 milioni all’anno, per 100 anni, per la manutenzione) e distruttiva della struttura fisica della laguna che diverrà un vero braccio di mare. E’ stata approvata, con solo voto politico, illegittimamente per mancanza di Valutazione di Impatto Ambientale e in violazioni di numerose norme urbanistiche locali, territoriali regionali, ambientali europee (una precedente VIA, annullata per vizio formale, era stata totalmente negativa e mai rifatta). Ma siamo ora più che mai contrari soprattutto perché esistono altri modi per uscire sul serio dalle acque alte, con progetti rispettosi delle leggi, che si possono sperimentare prima del realizzo, dai costi e tempi di realizzazione enormemente minori, ambientalmente assolutamente compatibili. Il Comune di Venezia, che ufficialmente ha rilevato sia le illegittimità procedurali che le pesanti modificazioni ambientali già in atto, ha fatto valutare da esperti l’efficienza dei progetti alternativi in relazione al MoSE: su 14 proposte progettuali, questo si è collocato, in ragione dell’efficienza appunto, al penultimo posto. Si può intervenire con altri progetti ma soprattutto riducendo la forza e la quantità d’acqua che entra dalle tre bocche di porto, in maniera differenziata in ragione del loro uso. Alzando i fondali alle bocche, soprattutto quella di Lido, è possibile, secondo studi acquisiti dal Comune e mai contestati, ridurre tutte le maree fino a 21 cm. e portare così le 70-80 alte maree annuali a 1-2, di piccola entità come avveniva 150 anni addietro. Il MoSE, entrando in funzione solo in previsione di maree di 110 centimetri, ne può eliminare, in media, solo 2 o 3 all’anno: negli ultimi due anni, ad esempio, non ne avrebbe eliminata nessuna. Il rialzo del fondale del porto di Lido salverebbe, di fatto, Venezia dall’acqua alta e impedirebbe anche alle mega-navi turistiche l’ingresso nel Bacino di San Marco. Oggi, queste navi, lunghe 300 metri ed alte più di 40, distruggono i fondali lagunari e inquinano l’aria, ognuna, come 15.000 automobili, incombendo, con possibili collisioni, sui palazzi storici delle rive. In tempi brevi e costi contenuti – in relazione a quelli del MoSE - è possibile invece realizzare un avamporto turistico in mare.
Con un aumento medio dei mari nei prossimi 100 anni per l’effetto serra, che quasi nessuno più contesta ma che registra ancora grande incertezza sull’entità (da 10 a 80 cm.), facendo pure l’ipotesi cautelare di 40-50 centimetri di aumento, il MoSE dovrebbe rimanere chiuso più di 150 giorni all’anno (studio Pirazzoli del CNR francese) azzerando di fatto ogni possibilità competitiva per i traffici di Porto Marghera che usa giornalmente più volte la bocca portuale di Alberoni e quindi la sua riconversione produttiva ecocompatibile. Ciò ridurrebbe l’intera laguna, per mancanza di ricambio, in un’unica cloaca (i centri abitati lagunari non possiedono sistemi fognari) inquinata anche da tutti i pesticidi agricoli slavati per le piogge dai 98 Comuni del bacino imbrifero.
Attestando il vero, da chiunque verificabile in loco, all’oggi (ottobre 2007 N.d.R.) il MoSE non è stato ancora iniziato, con buona pace di Ministri e stampa di parte, ma sono state quasi totalmente realizzate le opere complementari che, interrompendo i lavori, potrebbero tutte ancora essere riconvertite ad altre più utili funzioni. Un esempio: le conche di navigazione si possono trasformare in darsene per i potenti motoscafi che oggi distruggono i fondali lagunari con il moto ondoso e che potrebbero invece raggiungere direttamente il mare senza arrecare danni.
Il Ministro all’Ambiente ha formalmente denunciato un’ulteriore illegittimità, quella dei cantieri per le opere di prefabbricazione che dovevano essere altrove che invece sono stati aperti ai lati delle bocche di porto devastando ettari di territorio vincolato e protetto anche da norme europee. Illegittimità che neppure il voto a posteriori della Commissione di Salvaguardia di Venezia ne’ il Parere della Soprintendenza ai Beni Ambientali hanno sanato.
Un intervento di garanzia e di prestigio istituzionale è ora più che mai possibile e doveroso.
A questa ulteriore illegittimità, il Sindaco di Venezia, proprio per l’attività di documentazione e denuncia svolta e il Ministro dell’Ambiente per dare seguito alla denuncia, devono assolutamente fermare i lavori sui quali oggi risulta aperta anche un’ inchiesta della Corte dei Conti.
Si inizierebbe una fase - tra l’altro, per il Governo, rispettosa del proprio Programma che prevede il consenso delle Istituzioni locali - in una nuova prospettiva strategica per la vita e l’utilizzo della laguna, compatibile all’uomo ed ai suoi traffici, alla natura e ai suoi bioritmi.

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Le lagune

Lorenzo Bonometto

Le lagune, zone di transizione tra ambienti marini e terrestri, sono caratterizzate in natura da intensi dinamismi, con rapide trasformazioni evolutive e grandi diversità in spazi e in tempi ravvicinati. Nella Laguna di Venezia alle diversità naturali, derivanti degli apporti fluviali e marini, si sono aggiunti ed integrati i dinamismi di interfaccia dovuti all’attività umana, che nella storia millenaria di Venezia hanno teso a stabilizzare il sistema contrastando sia i processi di interrimento causati dagli apporti fluviali, sia i processi erosivi sui lidi e alle bocche dovuti alle energie marine. Tutto ciò anche attraverso opere immense (basti pensare alle deviazioni dei fiumi), ma sempre nel massimo rispetto della laguna, nella consapevolezza che Venezia era connaturata con questa e che dalla salute e dalla funzionalità del sistema lagunare dipendeva l’esistenza stessa della città e quindi della Repubblica.

Venezia ha rappresentato in questo un caso unico nelle civiltà contemporanee, legata all’acqua come supporto e connettivo; ma questa “civiltà d’acqua” ha perso la propria identità culturale e gestionale con la caduta della Serenissima, seguita dalle dominazioni francese e austriaca e dall’Unità di Italia; il che ha consentito nell’ultimo secolo, per effetto anche di energie motrici prima inesistenti, un dilagare di interventi e di usi che hanno ignorato la natura e la storia della laguna, senza alcuna considerazione nemmeno per le capacità di sopportazione del sistema. Vaste aree sono state così sottratte per bonifiche agrarie ed industriali; si sono scavati grandi canali portuali incompatibili con l’idraulica lagunare; le acque sono diventate a lungo il ricettacolo per scarichi inquinanti industriali e agrari; si è imposto un moto ondoso aggressivo della morfologia e della funzionalità lagunare. Questi fattori di degenerazione ambientale si sarebbero dovuti stoppare o almeno contenere negli ultimi decenni, in applicazione di ben tre Leggi Speciali emanate ad hoc (la prima, nel 1973, sotto la spinta dell’alluvione del 1966 e del dibattito civile e scientifico seguito a quell’evento) che hanno richiesto esplicitamente, tra l’altro, “l'arresto ed inversione del processo di degrado”, con “l'eliminazione delle cause”. E invece proprio a partire dagli anni Settanta l’ecosistema lagunare ha subito il massimo tracollo, sia per effetto di cause pregresse accresciute invece che limitate (si pensi al traffico acqueo e alle nuove darsene), sia per aggressioni del tutto nuove affermatesi con irresponsabili coperture e connivenze, quale la pesca delle vongole “filippine” attuata con pratiche direttamente distruttive dei fondali. Dulcis in fundo, la stragrande maggioranza dei finanziamenti necessari per il riequilibrio della laguna e per il ripristino delle sue funzioni e qualità è oggi dirottata sul “MOSE”, opera faraonica la cui unica certezza sta nel fatto che alimenta un ciclopico business; mentre sono sulla soglia altre opere (basti ricordare la “sublagunare”) senza che vi sia un disegno di riequilibrio ambientale e urbanistico del sistema lagunare.

Alterazioni conseguenti ad interventi storici

(Solo on line)

Parte delle alterazioni tuttora in atto vanno lette come onda lunga di azioni antiche, e quindi, in qualche misura, come effetti della natura storicizzata della laguna.
E’ noto che le diversioni dei fiumi Brenta e Sile, attuate tra Cinquecento e Settecento, hanno causato un deficit di sedimenti, essendo venuti meno gli apporti fluviali; meno note sono le conseguenze, in vaste aree della Laguna Nord e della la Laguna Centrale, dell’arrivo dell’acqua salata in ambienti precedentemente dolci o salmastri. Estese superfici intertidali (soggette cioè ad alterne sommersioni e emersioni a seguito dell’escursione di marea), precedentemente dominate da canneti, si sono trasformate per effetto della salinità in “barene” e “velme” (prevalentemente emerse e ricoperte da vegetazione alofila le prime, prevalentemente sommerse e nude le seconde). La salinizzazione, su suoli di origine palustre, ha dastabilizzato il substrato (il sale provoca costipazione e riduce la resistenza nelle componenti torbose e argillose), innescando, con effetti ritardati, la demolizione di estesissime superfici, che ha ridotto le “barene” in molte di queste aree, soprattutto nel corso dell’ultimo secolo, fino quasi a scomparire.

Altro fattore storico all’origine di dissesti attuali è dato dalla segregazione di vastissime superfici lagunari interne avvenuta nell’ ’800 con la separazione, mediante arginature fisse, delle “valli da pesca” (superfici lagunari chiuse adibite a itticoltura estensiva e a caccia elitaria, originariamente recintate da elementi permeabili all’acqua). Le arginature hanno occluso i rami terminali di molti canali periferici, compromettendone i flussi con evidenti conseguenze sul ricambio idrico e sulla morfologia sommersa; hanno inoltre escluso il rapporto delle acque libere col margine lagunare interno, e quindi con i processi di filtro e di autodepurazione assicurati dalle superfici intertidali perimetrali di cui beneficiava l’intero sistema lagunare.

La pesca delle vongole “filippine”

(Solo on line)

Le vongole “filippine”, provenienti dall’Indopacifico, sono particolarmente competitive nei fondali alterati. La loro immissione, attiva e reiterata, alimenta una pesca attuata con strumenti che devastano i fondali penetrandovi in profondità per 10-15 cm.: la pratica più in uso si avvale di eliche, calate sul fondo e azionate a mò di frullatori, che spappolano i sedimenti e li sparano su una griglia che trattiene le vongole. La pesca a strascico è vietata in laguna… ma nulla è detto per la frullatura dei fondali! Gli effetti sono macroscopici: la biodiversità viene sconvolta a vantaggio di una specie esotica; le acque si intorbidiscono compromettendo la fotosintesi e quindi la produttività stessa del sistema; la vegetazione radicante sui fondali viene eliminata, con i suoi vitali effetti biologici, depurativi e consolidanti; i sedimenti fini fuoriescono con le maree in uscita, ingigantendo il deficit conseguente alle deviazioni dei fiumi, mentre la frazione meno fine si rideposita interrando i canali residui ed aggravando il dissesto idraulico, morfologico ed ecosistemico. Le immissioni ed i ripopolamenti di specie alloctone sono inequivocabilmente vietati da norme locali e da direttive comunitarie; ma una legge regionale ha stabilito che la “filippina” è da considerare specie “indigena”, quindi va bene… Come a dire, quando interessi anche risibili contrastano con la tutela della laguna non ci si preoccupa più nemmeno del pudore.

Le bonifiche agrarie, industriali e portuali

(Solo on line)

Dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli anni Sessanta la laguna è stata investita dalla corsa alle “bonifiche”, ovvero dall’eliminazione di superfici lagunari sostituite da ambienti emersi ad uso agrario, industriale, portuale e aeroportuale. Questa corsa è stata bloccata solo dalla prima legge speciale, ma i suoi effetti, al di là della perdita tout court di parte della laguna, continuano a gravare nel presente. Le bonifiche agrarie infatti hanno cancellato la biodiversità originaria in superfici estese e pregiatissime, eliminandone le fondamentali funzioni ecosistemiche, ed hanno indotto l’immissione di inquinanti agrari; e questo a vantaggio di un’occupazione oggi risibile e di redditi legati ai contributi, in un rapporto costi/benefici paradossale che richiede, nei modi possibili, urgenti e attenti programmi di restituzione alla laguna delle aree sottratte. Quanto alle bonifiche industriali e portuali queste hanno regalato alla laguna, per gran parte del secolo scorso, ricadute inquinanti, acque reflue e addirittura scorie industriali di Portomarghera, tanto che oggi una vasta area lagunare è inserita tra i “siti di interesse nazionale” cui è data priorità nei programmi di disinquinamento.

I grandi canali portuali

(Solo on line)

Come conseguenza dell’insediamento industriale la laguna ha subito lo scavo di due grandi canali portuali, progettati e realizzati ignorando il conflitto con la morfologia e con l’idraulica in epoche in cui il problema nemmeno veniva posto. Il più recente dei due, il Malamocco-Marghera (usualmente chiamato “Canale dei Petroli”), è stato realizzato negli anni Sessanta contestualmente alle “Casse di Colmata” (vaste estensioni lagunari interrate riversandovi i sedimenti dragati), e da allora continua a provocare effetti gravissimi. Ha infatti intercettato i grandi canali naturali di marea, sottraendo a questi i flussi che alimentavano le aree lagunari interne e ne assicuravano il ricambio; ha provocato un ingresso in laguna di energie marine, che hanno destabilizzato gli equilibri idraulici e morfologici con erosione dei fondali, perdita in mare dei sedimenti coi flussi in uscita, affossamento e appiattimento di una vastissima area, eliminazione della rete idrografica minore. Una superficie lagunare estesissima, tuttora in espansione, è collassata ed ha assunto carattere di golfo marino, con avvento tra l’altro di un moto ondoso da vento, prima inesistente, che accentua gli effetti demolitivi sui fondali e sulle barene superstiti.

Il traffico acqueo

(Solo on line)

Nessuno si sogna di impedire il traffico motorizzato in laguna; ma è ben noto che le energie prodotte, aggravate dalla pessima resa dei motori e degli e scafi, sono in conflitto con un ambiente fragile le cui peculiarità e la cui funzionalità erano proprie di un sistema acqueo a bassa energia cinetica, regolato da equilibri soft tra apporti fluviali e correnti di marea. L’avvento delle imbarcazioni a motore e soprattutto l’esplosione, negli ultimi decenni, di una nautica estranea alla laguna e alla sua cultura, hanno portato alla generalizzazione un moto ondoso da natanti che si scarica con impatti demolitivi sulle rive urbane, sui bassi fondali e sui margini dei canali lagunari, disgregando le “barene” che li ribordano (queste erano provviste, in natura, di margini rialzati e consolidati che proteggevano le superfici interne; nel corso degli anni tali difese naturali sono state scalzate, ed oggi il moto ondoso si scarica direttamente su superfici barenali prive di resistenza con estrema accelerazione dell’erosione e progressiva scomparsa anche delle barene più stabili). Ciò ha indotto a proteggere i bordi delle barene artificializzandoli con palificate o “burghe” (sacchi tubolari riempiti in pietrame o simili), lontane dalla funzionalità naturale e dal carattere plastico dei sistemi barenali.

A fronte di queste contraddizioni, mentre le regolamentazioni per controllare il traffico - almeno nelle aree più critiche - vengono osteggiate come lesive delle libertà, si sono realizzati porticcioli in luoghi che hanno portato flussi di mero transito nelle aree lagunari più fragili e meglio conservate; in un caso addirittura (la darsena di Portegrandi) sventrando una conca idraulica antica di altissimo valore storico. Tutto questo mentre uno squalificato turismo “mordi e fuggi” scarica in laguna motoscafi enormi e chiassosi, lanciati a tutta velocità verso le bancherelle di cianfrusaglie che deturpano le isole famose, impedendo ai turisti ignari di percepire i silenzi e gli spazi senza i quali l’essenza della laguna non può essere colta.

Il MOSE

Mentre dilaga il degrado della laguna è in fase iniziale di realizzazione alle bocche di porto il “MOSE”, opera faraonica finalizzata ad impedire l’ “acquea alta” in città, finanziata e avviata nonostante l’unica valutazione complessiva di impatto ambientale - redatta dal Ministero dell’Ambiente - abbia espresso giudizio negativo, e addirittura manchi un progetto esecutivo comprensivo degli elementi più critici.
L’opera è stata imposta sulla base di un equivoco, sbandierato nel mondo grazie all’egemonia sull’informazione, che ha fatto credere a tutti (veneziani a parte) che Venezia stia affogando e che la marea sia un fattore di invivibilità; volendo dimenticare che Venezia e la sua cultura sono connaturate con le acque e con le maree, che le sommersioni interessano per lo più tratti cittadini molto limitati raggiunti per poche ore all’anno da pochi centimetri di acqua (anche i rari eventi eccezionali hanno creato solo costi e disagi, mai vittime), che gran parte del problema è già in via di soluzione con semplici opere di risistemazione urbana e di messa in sicurezza e che comunque, per la regolazione della marea alle bocche, vi sono numerose soluzioni progettuali diverse, reversibili, molto meno impattanti, immensamente meno costose e più adattabili ai cambiamenti futuri.

Il MOSE prevede l’uso di paratoie mobili con cui separare la laguna dal mare in previsione di maree al di sopra di determinati livelli, alloggiate in cassoni la cui realizzazione richiede quasi un milione di metri cubi di cemento ed è destinata ad irrigidire i fondali alle bocche, rendendo definitive le attuali quote con i problemi e gli squilibri connessi che si riflettono sull’intero sistema lagunare. Un’opera che sottrae le risorse per la realizzazione degli interventi che alla città e alla laguna servono davvero, imposta da un intreccio monopolistico di poteri contro i pareri, caso senza precedenti, del Comune e della Provincia di Venezia, in spregio alle battaglie di civiltà dell’associazionismo ambientale e della comunità locale.

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Le alternative al Mose

Lidia Fersuoch

L'amministrazione comunale veneziana nel 2005 ha istituito un gruppo di esperti per valutare i progetti alternativi al Mo.S.E. Le tre migliori proposte sono risultate le seguenti:

Venezia portualità e riequilibrio lagunare (VE. PERLA). Il Progetto prevede la realizzazione di una stazione marittima nella bocca del Lido, al fine di estromettere le grandi navi dal Bacino di S. Marco, e il contenimento dell'erosione prodotta dai grandi canali di navigazione. Alle tre bocche di porto contempla l'innalzamento dei fondali, alcuni interventi per attenuare i livelli di marea, il prolungamento delle dighe foranee e la chiusura delle bocche con sbarramenti rimovibili formati da navi-porta.
Il sistema VE. PERLA costa 1/3 del MoSE (1200 milioni di euro contro 3440,74).

Apparecchiature rimovibili contro l’acqua alta (ARCA). Si tratta di navi-porta auto-affondanti in acciaio al carbonio, lunghe 120 metri, alte dai 6 ai 15 metri. Il sistema, contrariamente al Mo.S.E., non richiede strutture fisse ciclopiche ma solo spalle di ancoraggio costituite da altri scafi auto-affondanti rimovibili più piccoli. Alle bocche di porto non sono necessari gli sbancamenti previsti per il Mo.S.E. ma solo la posa di un materasso antierosione di geo-rete, il cui spessore può essere aumentato per fronteggiare un innalzamento del livello medio del mare compatibile con la tenuta dei lidi. Il sistema, che è modulare perché consente chiusure parziali a seconda dei livelli di marea, entra in esercizio in 15 minuti.
Il sistema ARCA può esser realizzato in due anni a fronte degli 8 necessari al Mo.S.E. e costa sette volte meno del Mo.S.E. (450 milioni di euro contro 3440,74).

Paratoie a gravita’. Consta, come il Mo.S.E., di un sistema formato da paratoie alloggiate sui fondali delle bocche di porto, zavorrate all'interno, ma se ne differenzia per il principio di funzionamento, cioè per il verso di apertura che è nel senso della marea, mentre il Mo.S.E. emerge controcorrente. La Paratoia a gravità per sollevarsi ha bisogno dunque di una forza modesta: deve essere svuotata di soli 50 metri cubi d'acqua; il Mo.S.E., che contrasta la marea entrante, ha bisogno di svuotare 2 mila metri cubi, con tempi di manovra ben più lunghi.
La Paratoia a gravità, tenuta in equilibrio idrostatico dalla marea, non necessita di altri interventi e di grandi opere complementari di sottofondazione. Il Mo.S.E. invece per contrastare la spinta della marea esige un continuo pompaggio di aria, che richiede opere di sottofondazione ciclopiche e devastanti.
La seconda innovazione delle paratoie a gravità è il sistema di vincolo alla fondazione. Il Mo.S.E. è fissato alla base per mezzo di cerniere e connettori che consentono di scollegare la paratoia dalla struttura della base per manuterla. I connettori, cioè le componenti fondanti la fattibilità dell'intero sistema, al momento dell'apertura dei cantieri erano ancora allo studio. La Paratoia a gravità consente di semplificare il vincolo tra la paratoia e le strutture di base e di eliminare i connettori, utilizzando componenti standard già impiegati nell’ingegneria marina e offshore.
Il sistema della Paratoia a gravità può esser realizzato in due anni e non in 8 come il Mo.S.E. e costa sette volte meno del Mo.S.E. (400/753 milioni di euro contro 3440,74).
I tre progetti, contrariamente al Mo.S.E., ubbidiscono ai dettati della Legge Speciale essendo sperimentali, graduali, reversibili. C'è da ricordare tuttavia che la Legge disponeva il prioritario riequilibrio idrologico della Laguna, e solo nel caso si fosse rivelato insufficiente prescriveva la chiusura delle bocche di porto. Studi recenti del CNR hanno confermato la possibilità di abbattere i picchi di marea di oltre 20 cm aprendo le valli da pesca e rialzando i fondali delle bocche di porto, interventi disposti sin dal 1975 dalla Legge Speciale e colpevolmente mai attuati.

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Il pericolo non viene dalle maree

Moto ondoso e acque alte: pregiudizi e realtà

L. F.

Quante volte a noi veneziani superstiti è capitato di sentirci domandare come si faccia a condurre una vita normale in una città perennemente investita da maree che i telegiornali assicurano drammatiche e paralizzanti. Il fenomeno, in realtà, è circoscritto a poche ore di pochi giorni autunnali, in genere interessa le zone più basse della città e si sarebbe potuto risolvere o fortemente contenere già negli anni settanta se si fossero attuati i disposti della legge speciale. Neppure è noto che la vera minaccia alla sopravvivenza di città e Laguna è il moto ondoso, generato dal passaggio di natanti a motore.
Se durante la fase della bassa marea si percorrono in barca i canali veneziani, ci si rende conto che le murature delle case e delle fondamente (le strade che costeggiano i rii) versano in uno stato di profondo degrado: nei muri dissestati si aprono profonde voragini che sembrano inoltrarsi sotto gli edifici e metterne in pericolo la stabilità. Il turista frettoloso concluderà che è il tempo, la vetustà delle strutture, o meglio ancora l'acqua alta a produrre simili danni.
Responsabile è invece il moto dell'acqua provocato dall'incessante passaggio di motori marini: un'onda implacabile che batte e ribatte senza posa, con forza, contro tessiture murarie non costruite per fronteggiare tale violenza. A ogni transito l'aggressione delle onde si porta via qualcosa: qualche granello di malta si stacca e refluisce, poi se ne va un mattone, poi cede un'intera connessura di pietre. In Laguna le cose non vanno meglio e le imbarcazioni che la percorrono a velocità folli, erodendo le sponde delle barene e appiattendo i fondali, concorrono a trasformarla in un braccio di mare.
A tale scempio si è risposto (ma i finanziamenti della legge speciale sono ora dirottati sul Mo.S.E.) rifacendo, ricostruendo, restaurando e dotando le sponde dei canali lagunari e cittadini di sempre più "solide" fondazioni; le tecniche costruttive tradizionali si sono abbandonate per il cemento e l'acciaio, che mal si adattano al fragile contesto veneziano e collassano: ciò che è puntualmente successo nella nuova riva di San Marco e alle Zattere.
Il problema è talmente drammatico che nel 2001 il governo proclama lo "stato di emergenza", cui fa seguito la nomina di un commissario che, purtroppo, non è una persona super partes ma lo stesso sindaco, verosimilmente sottoposto a pressioni da parte delle categorie economiche coinvolte.
Qualche parziale risultato è stato conseguito, anche per merito del movimento di opinione spontaneo sostenuto dalle grandi e piccole associazioni, quali Italia Nostra, WWF e Pax in Aqua: si è provveduto al riordino dei limiti di velocità e della segnaletica lagunare, si sono istituite aree blu sottoposte a regolamentazione più restrittiva. Rimangono irrisolti i veri nodi: la costituzione di un'autorità unica che eserciti la competenza sul traffico acqueo; l'istituzione di efficaci controlli del rispetto dei limiti di velocità, con l'obbligo del GPS sui natanti (per telecontrollare la velocità); la riprogettazione degli scafi dei taxi, veri autobus che trasportano 24 persone, e degli ancor più grandi lancioni granturismo; l'arresto della costruzione di darsene in gronda lagunare per imbarcazioni da diporto che per giungere al mare attraversano la Laguna; l'istituzione del Centro interscambio merci per razionalizzare il traffico di merci che potrebbe venir ridotto del 90 per cento.
Resta insoluto anche il grave problema delle navi da crociera che attraversano il bacino di San Marco, con serbatoi carichi di combustibili altamente inquinanti, le cui eliche spostano masse liquide enormi. I progetti alternativi al Mo.S.E. prevedevano l'estromissione del traffico crocieristico con la costruzione di un avamporto. E' ben nota la decisione del governo: si è mancata una grande opportunità, anche di ripensare il ruolo e la gestione del turismo, che da risorsa si sta tramutando in condanna esiziale.

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Acque amiche, acque nemiche

di Gherardo Ortalli

Venezia! Per farla nascere è occorsa la fatica di lunghi secoli ed ora per distruggere i peculiari connotati che la rendono straordinaria ed irripetibile pare basti qualche decennio. Senza dubbio le case, le calli, le chiese e i palazzi resteranno in piedi; la rendita che potranno assicurare se abilmente sfruttati dal mercato ne garantirà senz’altro la sopravvivenza. Non conviene distruggere una macchina che serve a far soldi! Ma a correre rapidamente verso un degrado forse senza ritorno non sono più i muri o le calli ma è la città che vive: testimonianza di civiltà altissima, straordinario patrimonio culturale che non può affatto essere quantificato in termini monetari.

Perché tra le acque salmastre potesse nascere Venezia fu necessaria una lunga serie di tribolate vicende, a partire da quando nel V e VI secolo le invasioni che stavano travolgendo l’Impero romano avviarono quel trasferimento di genti in cerca di riparo che portò a nuovi insediamenti nelle isole della laguna. Si dovette poi attendere il passaggio fra l’VIII secolo e l’inizio del IX perché gli isolotti attorno a Rialto ospitassero le funzioni proprie di un vero centro urbano e soltanto all’aprirsi del X secolo quel nucleo insediativo meritò per la prima volta dagli uomini del tempo il titolo di città. Era la civitas Rivoalti, la “città di Rialto”, ossia quella che sarebbe divenuta Venezia per antonomasia, splendidamente cresciuta negli anni come fulcro di uno stato tra i più reputati sullo scenario europeo.

Le lunghe fortune avrebbero poi ceduto il passo a momenti difficili. La crisi seguita alla fine della Serenissima Repubblica nel 1797, in età napoleonica, vide un drammatico depauperamento anche per quanto riguardava le opere d’arte. Sul mercato antiquario le aste ne disperdevano migliaia alla volta. Uscirono a blocchi di 1.000 unità. Nel 1811 le carte del Demanio registrano la svendita del polittico di Gentile Bellini conservato a San Zulian per 20 lire: un marengo! La ripresa ottocentesca e la fase dell’industrializzazione negli anni dei Cini e dei Volpi ridanno qualche fiato, ma poi le grandi imprese passano a capitali esterni e dunque sempre meno controllabili. Persino i grandi alberghi battono lo stesso percorso.

Oggi a chi vive Venezia rimangono i muri, ma pure questi (e sono l’ultima cosa che la città in parte controlla) stanno passando in altre mani e gli acquirenti sono sempre più forestieri che sanno investire bene i loro quattrini assicurandosi anche il piacere di trascorrere qualche giorno all’anno in una città da sogno. Poco conta che l’altra faccia di questi meccanismi fuori controllo sia l’espulsione dei residenti e chi giunge da fuori ha l’impressione di una città piena di gente faticando a capire che invece si sta spopolando. Per intendere la dimensione del problema bastano pochi numeri: se nell’immediato dopoguerra si contavano ben 178.000 abitanti e nel 1960 erano ancora 145.000, oggi non raggiungono i 60.000, con un’età media sempre più elevata, con il sistematico allontanamento dei giovani e delle fasce di cittadinanza più deboli, vittime di un processo apparentemente inarrestabile. E una città svuotata che città è?

Qui si pone il vecchio problema di cosa sia la Venezia che vogliamo salvaguardare, perché Venezia è tante cose insieme. È uno straordinario museo e un’architettura splendida, è una scenografia senza pari, una serie di attività di antica tradizione, un dialetto, un luogo speciale per gli studi, un modo di nascere e vivere e morire che il resto del mondo non conosce o ha dimenticato. Salvare un museo o una scenografia o un dialetto potrà importare a qualcuno, ma noi crediamo che l’eccezionalità di Venezia stia nel suo essere insieme tutto quanto detto e altro ancora, e dunque la sua vera salvaguardia è la salvaguardia del complesso, non di qualche suo elemento pur eccezionale. Ogni aspetto costitutivo della sua realtà merita di essere rispettato se si vuole tutelare l’insieme con il suo prezioso e delicatissimo equilibrio.

Senza dubbio alcuni elementi del sistema sono più delicati a partire dal suo specialissimo rapporto con l’acqua. Venezia è nata e cresciuta in strettissima simbiosi con mare e laguna e ancora oggi la difesa della città si combina con quella delle acque che da sempre le sono insieme amiche e potenziali avversarie. Lo si vide in modo drammatico nel 1966, quando la grande alluvione sembrò travolgere la città e le vicende che ne seguirono sono – purtroppo - un chiaro segno di come le autorità pubbliche non siano state all’altezza della gravità dei problemi. Dopo sei anni di studi si giunse alla legge speciale per Venezia (la 171 del 1973), che individuava le opere di salvaguardia ritenute tanto urgenti che gli “indirizzi governativi” approvati nel 1975 previdero procedure straordinarie per la loro immediata attuazione. Era previsto, fra l’altro, l’intervento sui profili delle bocche di porto attraverso le quali il mare entra in laguna, riducendone la profondità per contenere il flusso delle maree; si dovevano riaprire all’espansione delle acque le valli da pesca, le casse di colmata e le chiusure abusive che tuttora occupano circa un terzo di laguna; andava estromesso il traffico petrolifero, potendosi così chiudere quel Canale dei petroli decisivo nel trasformare una larga parte di laguna in mare. Erano interventi relativamente poco costosi, tecnicamente semplici, reversibili, privi di rischi. Ma fra inutili proclami e una marea di chiacchiere nulla è stato fatto. L’inettitudine delle autorità pubbliche a tutti i livelli è apparsa evidente, ma la storia non finiva nel nulla.

Nel 1973 era infatti previsto che nel caso le opere urgenti (rimaste colpevolmente nel cassetto) non avessero potuto garantire la salvaguardia si sarebbe studiata la possibilità di dighe alle bocche di porto. Così quelle stesse autorità che nulla fecero di quanto la legge imponeva pensarono bene di “partire dal fondo”: cominciare la casa dal tetto! Negli anni ’80 a un consorzio privato di grandi imprese venne affidato il compito di studiare la possibilità di dighe mobili. Il Consorzio Venezia Nuova riceveva allora in concessione unitaria come concessionario unico tutte le opere di salvaguardia, cosa che parve a molti una mostruosità, non soltanto perché creava un regime di monopolio di fatto, ma anche perché lo Stato italiano (che come committente resta il primo responsabile – colpevole - di tutto quel che si fa o non si fa) in quel modo contravveniva al suo irrinunciabile obbligo di salvaguardia del nostro patrimonio culturale, sancito dall’articolo 9 della Costituzione.
Si apriva la lunga questione MOSE. Sono note le contestazioni e le critiche di ordine tecnico sollevate da più parti, ma in fondo basta il buon senso per chiedersi perché mai prima di avviare opere di straordinaria complessità, costosissime, di fatto non reversibili, di discussa efficacia, non si sia proceduto a quanto previsto per legge nel 1973. E chi ami registrare i paradossi noterà come venga subdolamente (o stupidamente) accusata di essere “partito del non fare” proprio Italia Nostra che (a fronte dell’inerzia e della rete di interessi che bloccava ogni intervento) per anni ha preteso, insistito, gridato perché i lavori che la legge imponeva venissero fatti, e se oggi molte autorevoli voci anche pubbliche si levano contro il MOSE, ci si chiede dove fossero 30 o 20 o 10 anni fa quando i buoi non erano ancora usciti dalla stalla.

La prontezza con cui Italia Nostra per prima pose il problema del proteggersi dalle acque e dal ripetersi di eventi come quelli del 1966 (ben oltre l’attuale contrasto sul MOSE) va segnalata perchè fra i meriti che l’Associazione può vantare rientra quello di avere percepito con assoluta tempestività e spesso prima di chiunque altro le cattive scelte e i pericoli incombenti su Venezia. E qui varrà la pena almeno ricordare come così sia stato quando si vollero raddoppiare gli impianti petrolchimici a Porto Marghera (dove ancora fra l’altro rimane il rischio fosgene). Fu anche in prima linea contro lo sciagurato (e per fortuna fallito) progetto di interrare una larga parte di laguna per una nuova zona industriale. Si mosse subito quando fu progettato il Canale dei Petroli. Per prima e a lungo da sola agì contro l’ENI per bloccare i progetti di estrazione di metano in alto Adriatico col rischio di gravi fenomeni di subsidenza. Sempre per prima e di nuovo da sola agì in sede europea per rompere il monopolio del Consorzio Venezia Nuova in materia di salvaguardia lagunare (partita chiusa da Bruxelles con disdicevole ambiguità). Per prima ha insistito sul fatto che una città non si salva cacciandone gli abitanti, e altro ancora.
Sono battaglie difficili, spesso contro amministrazioni locali e scelte governative i cui errori si misurano nella pesantezza della situazione attuale. Ci furono importanti sostegni e duri scontri, anche giudiziari, come nel caso dei famosi processi che videro l’Associazione a fianco di Indro Montanelli: messi inutilmente sotto accusa da amministratori sulla cui mediocrità la storia ha ormai dato il vero giudizio. Questo fa parte di un passato difficile. Ma se così è il passato, il presente non è più allegro!

Oggi la città è sempre più debole, fragile, stanca. I vecchi problemi faticano ad essere risolti, e sempre nuovi se ne aggiungono. Tanti interventi che passano sotto il nome di “salvaguardia” stanno trasformando la laguna in un sistema rigido, privo di quella elasticità che è indispensabile al suo sopravvivere. Le barene diventano isolotti con sponde di cemento mascherate da legno. La laguna assomiglia sempre più a un bacino artificiale e si dimentica quello che l’esperienza di secoli ha insegnato: occorre accompagnarne l’evoluzione naturale con opere leggere e reversibili, pronte per essere corrette se fosse necessario. I fanghi della massima tossicità scavati da Marghera invece di essere resi inerti sono trasformati in qualche nuova isola o qualche collina su cui però (siccome siamo ecologici) si pianteranno graziose cortine di verde. Le grandi opere e gli imponenti impegni finanziari come il ponte di Calatrava paiono azioni a grande effetto mediatico ma di scarsissima utilità pratica quasi che la logica sia quella della foglia di fico che maschera le vergogne!
Naturalmente il quadro non è del tutto cupo. Dopo anni di inerzia si è da tempo ripresa la manutenzione dei rii interni alla città. Il Comune ha attuato una buona politica di sostegno al restauro delle abitazioni civili. Gli edifici monumentali hanno cure migliori che in passato. Ma il rendiconto è comunque negativo e i problemi crescono. Oggi, per esempio, diventa insostenibile il carico turistico: totalmente fuori misura per le possibilità di tenuta della città. A questo punto il turismo non è più una risorsa ma una ragione di degrado. E si tolga l’illusione che aiuti economicamente Venezia. I vantaggi in larga parte vanno a persone e gruppi sociali che spesso non hanno alcun interesse a spendere per coprire i carichi sociali dell’attività turistica, mentre a carico della comunità restano il costo occulto per servizi che devono comunque essere forniti. Poi c’è l’usura del patrimonio fisico: la pavimentazione di Piazza San Marco ha subìto più danni nell’ultimo decennio che nei precedenti due secoli!

Si aggiunga il pericolo rappresentato dalle enormi navi da crociera che entrano in bacino di San Marco e nel Canale della Giudecca dove non potrebbero passare nemmeno le bettoline. Sarebbe facile lasciare fuori laguna questi enormi alberghi/grattacielo galleggianti trasferendo poi le migliaia di ospiti con imbarcazioni di adeguata misura, ma come potrebbero allora le compagnie turistiche inserire nei loro pacchetti anche “Venezia vista dall’alto”! E poco importa che entrare così in Venezia non faccia capire nulla di una città pensata e costruita a misura di distesa acquea e di livello del mare. Una rete di forti interessi, di scarsa preparazione, di colpevoli inefficienze continua ad avvolgere Venezia. L’impegno è sempre più gravoso, ma d’altra parte Italia Nostra è nata per le battaglie difficili. E ce ne sono alcune che non si possono perdere perché ad essere sconfitto non sarebbe la nostra associazione ma il Paese.

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"Collinette" tossiche in Laguna

Alvise Benedetti

C’è una specie di parola d’ordine che serpeggia tra i maggiori esponenti politici del Veneto e che viene evocata anche dagli assessori di qualche paesino sperduto: la logistica.

L’insistente uso di questo termine, riferito un tempo principalmente alla gestione degli approvvigionamenti militari, è sostanzialmente legato al fatto che è in atto un ripensamento generale su come innovare e rendere moderno il sistema di collegamenti della nostra regione. Purtroppo però questa operazione di innovazione si scontra con una cultura “del fare” che pare non sappia affrancarsi dall’idea che logistica voglia dire cemento e asfalto. Ormai da diverso tempo si è incominciato a progettare e a fare strade di grande scorrimento. Tutta questa operosità sulla viabilità, con l’ ennesima immissione capillare nel nostro territorio di cemento e asfalto e quindi di camion, gas di scarico e polveri sottili fa nascere una semplice domanda: ma dove andranno a finire tutte queste strade? Una volta c’era un detto assai comune che diceva “tutte le strade portano a Roma”. Ovviamente da quel tempo molte cose sono cambiate, e se anche ci sarebbe da fare qualche riflessione sul fatto che quotidianamente la nostra regione viene violata da migliaia di mezzi pesanti che l’ attraversano senza fermarsi e che forse fanno felici solo i gestori autostradali, alcune di queste strade renderanno più facile l’accesso al Porto di Venezia destinato a diventare così un centro importantissimo e strategico di tutta l’operazione.

Il progetto che sembra interessante, deve tuttavia farsi carico di un problema non indifferente: per arrivare al porto di Venezia le navi devono attraversare la Laguna e … “purtroppo” la Laguna non è il mare. E’ molto strano come, in questa città, l’acqua sia sempre nei posti sbagliati: c’è dove non serve e quando serve ce n’è troppo poca. I fondali sono bassi, e visto che non esiste un piano generale di sviluppo del porto per cui non è previsto alcun limite allo stoccaggio delle navi che arrivano, è necessario scavare i canali di accesso molto di più della loro profondità attuale. Nasce quindi un altro problema relativo a dove mettere i fanghi che vengono asportati e che provengono da una delle zone più inquinate di Porto Marghera. La soluzione proposta è purtroppo la peggiore: delle isole artificiali saranno abbellite da collinette di milioni di tonnellate di materiale tossico e, se la laguna non bastasse, in gronda si costruiranno dei “parchi sarcofago” a futura memoria, dove verrà tumulato tutto quello che non si riuscirà a far stare nelle isole. Contro questo scempio, fortunatamente, esiste una legislazione fatta per difenderci da questo tipo di operazioni, che comunque anche se in maniera parziale, può essere vanificata invocando e evocando un commissario straordinario. Risultato finale è che, nonostante il suo mandato sia a scadenza, grazie a delle proroghe, esso rimane al suo posto per lungo tempo e con poteri “poco controllabili”. Risulta assai imbarazzante che la politica si serva di simili avvilenti artifici per trattare e risolvere problemi così importanti e trincerarsi dietro al fatto che la legislazione vigente, fatta dalla stessa politica, sia impraticabile e imponga tempi decisionali lunghissimi.

In aggiunta, in laguna potrebbero essere in arrivo altri fanghi derivati dallo scavo delle bocche di porto per la sistemazione dei cassoni del MoSE. In questo caso il problema dell’inquinamento dovrebbe essere meno grave, tuttavia è l’idea dell’utilizzo della laguna che viene usata come recipiente dove scaricare materiali che è inammissibile e sciocca. La laguna è una ricchezza immensa che ha sempre fatto parte integrante della città, trattarla come discarica sembra un’operazione di “regime” più che la corretta e civile soluzione di un problema.

Oltre a questa ennesima manomissione di un sito così importante, resta tuttora irrisolto il problema del futuro industriale di Porto Marghera che si affaccia anch’esso sulla laguna. Uno dei centri industriali più importanti del nostro paese che è passato, dal dopo guerra, da circa 45000 addetti a circa 10000. Ovviamente non è cosa facile riconvertire siti altamente inquinati e nati in virtù di strategie ottocentesche. Tuttavia sono passati più di trent’anni da quando si è incominciato a parlarne e ancora una volta a Venezia le “ciacole” (le chiacchiere) l’hanno fatta da padrone. Al di là della semplice battuta, tuttavia, l’operazione si scontra con una classe politica incapace di gestire problemi di tipo tecnico-scientifico di un certo livello e detentrice di una cultura relativa che non sa affrancarsi da livelli di prima alfabetizzazione. Sono stati sottoscritti due “Accordi per la Chimica”. Il primo qualche anno fa, naufragato miseramente come la nostra sezione aveva facilmente anticipato, e il secondo quest’anno, il cui testo sembra essere stato scritto con l’unica preoccupazione di non scontentare nessuno, ma privo di qualsiasi progetto tecnico fattibile per un futuro di quest’area.

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Venezia come se non ci fosse l’acqua

Massimo Favilla

A Venezia, da oltre duecento anni, tutte le soluzioni offerte per risolvere i problemi della mobilità prescindono dalla presenza dell’acqua. L’acqua è vissuta come un ostacolo, un male da eliminare, rende ‘diversa’ la città, fa sentire ‘inferiori’ i suoi abitanti.

L’ultimo metrò

L’idea di una metropolitana a Venezia è di vecchia data. Apparve per la prima volta a fine Ottocento e affiorò nuovamente negli anni trenta e sessanta del Novecento. Pareva definitivamente sepolta nei primi anni novanta del secolo appena trascorso, dopo essere stata inserita nel famigerato progetto Expo 2000, quando il 5 agosto 1999 la seconda amministrazione Cacciari la riesumava, deliberando l’avvio del progetto, non previsto da alcun strumento urbanistico, di collegamento sublagunare Tessera (Aeroporto Marco Polo) - Murano - Venezia. Otto chilometri di galleria a venti metri di profondità sotto il fondo della laguna; quattro fermate (Murano San Mattia, Venezia Fondamente Nuove, Ospedale e Arsenale); almeno otto uscite di sicurezza e numerose prese d’aria; 200-300 passeggeri ogni 7-8 minuti; costo attualmente stimato 375 milioni di euro.

Sui benefici per la città è presto detto: ulteriore incentivo al turismo “mordi e fuggi” – il mezzo porterebbe migliaia di persone al giorno, quando il problema principale è il contenimento e la diversificazione dei flussi –; devastazione del tessuto urbano e sociale in corrispondenza delle fermate; riflessi negativi sull’ecosistema lagunare e sugli strati profondi del caranto, vera base d’appoggio in argilla compatta della città; stravolgimento del paesaggio per le prese d’aria, le uscite di sicurezza e le invasive stazioni che sorgerebbero su ingombranti piattaforme in mezzo all’acqua (quest’ultime a cinquanta metri dal perimetro di Venezia, raggiungibili attraverso pontili coperti e dotati di spazi commerciali!). Nonostante le pesanti osservazioni sull’impatto ambientale formulate dai tecnici provinciali e regionali, l’opera va avanti. Nel 2002 si stipula il protocollo tra il Ministero delle Infrastrutture e il Comune di Venezia per attuare il tutto con l’immancabile project financing. Nel novembre 2003 l’amministrazione municipale dichiara l’opera di pubblico interesse. Poi il progetto è inserito tra le infrastrutture strategiche nazionali e, il 29 luglio 2004, fa la sua comparsa anche all’interno del DPEF 2005-2008 come “opera complementare al corridoio V”. Quindi possiamo stare tranquilli: la metropolitana, prima o poi, si farà. Il presidente della Regione del Veneto Galan è entusiasta. Fosse per lui già sarebbe tutto pronto. Il sindaco Cacciari non è, bontà sua, “pregiudizialmente contrario”. La Camera di Commercio è da sempre favorevole, anzi, vorrebbe un circuito intorno a Venezia e prolungare il treno fino al Lido. Il sindaco di Chioggia poi spera in una linea fino alla sua città. La Soprintendenza tace, e forse, ‘prudentemente’, aspetta di vedere il progetto definitivo. Immaginiamo che, per intonare i manufatti con l’ambiente veneziano, raccomanderà l’utilizzo di mattoncini a faccia vista e di finta pietra d’Istria. Da parte nostra vorremmo altresì suggerire un rivestimento di frasche e tamerici di plastica per le uscite di sicurezza in mezzo alla laguna.

Un trenino

Per raggiungere la città (più precisamente Piazzale Roma) dalla squallida Isola Nuova del Tronchetto (realizzata nel 1958) oggi occorrono circa cinque minuti, usando il vaporetto o l’autobus. Per vivacizzare questo tragitto gli infaticabili amministratori veneziani hanno così escogitato qualcosa che ricordasse Disneyland: il people mover, ovvero un trenino sospeso su monorotaia. Tempo di percorrenza 3 minuti e 30 secondi; quattro vetture teleguidate; capacità massima 200 persone; costo preventivato 21 milioni di euro. Dopo un chilometro di percorso sinuoso, simile alle montagne russe, il curioso aggeggio approderà a Venezia incuneandosi tra la trecentesca chiesa di Sant’Andrea della Zirada e le case scampate alle demolizioni fasciste. Proseguendo il suo tragitto tra i due garage multipiano farà fuori una dozzina di vecchi platani e scaricherà i passeggeri in una futuribile stazione di vetro e metallo. Se tutto va bene sarà pronto nel 2009 e già suscita grande entusiasmo tra i fautori dell’«imprescindibile necessità del fare». Non importa se ciò vanificherà la possibilità di deviare in parte i flussi turistici verso il Canale della Giudecca, alleggerendo il traffico sul Canal Grande e consoliderà la “testa di ponte”, vero, nuovo ed autentico umbilicus urbis in cui s’addensano funzioni e metri cubi di cemento. La prima pietra di «un’importante tassello della città che cambia» è ormai collocata e i nostri solerti amministratori assicurano che, costruito il trenino, provvederanno per un piano particolareggiato finalizzato al riassetto di Piazzale Roma. Cioè, faranno dopo quello che avrebbero dovuto fare prima. Ma si sa, è questo «il pianificar facendo».

Un inutile ponte

Un bel giorno del 1997 il celebre ingegnere spagnolo Santiago Calatrava donò alla città il progetto di un ponte da collocare nell’ultimo tratto del Canal Grande, tra la stazione ferroviaria e Piazzale Roma. Qualcuno ha osservato: «servirà a chi arriva in automobile per andare a vedere chi parte in treno e viceversa». Costo iniziale 7 miliardi di vecchie lire, costo finale provvisorio 11 milioni di euro. Tra mille intoppi, errori tecnici, cedimenti strutturali delle rive, dopo dieci anni arriva il gran giorno. Lo spettacolo è distillato in più atti. Al passaggio del manufatto sul Canal Grande qualche veneziano curioso e torme di turisti scattano foto, applaudono, lanciano grida di giubilo; un giovane esclama: “E’ straordinario, sembra Blade Runner”, un altro incalza “No sembra il Rex di Fellini”. Tutto si trasforma in «evento», un «evento epocale», realtà e finzione si confondono ed è già mito. Ma talvolta certi spettacoli possono provocare allucinazioni e ottundere la mente. Un telegiornale afferma che «il nuovo ponte collegherà Venezia alla terraferma»; un passante sentenzia: «Finalmente! erano cinquecento anni che a Venezia non si faceva niente!». Venezia è dunque pronta ad accogliere altri segni della contemporaneità? Il sindaco-filosofo accigliato risponde: «non credo proprio, visto che i veneziani non hanno compreso il significato di quest’opera». Aspettiamo fiduciosi che ce lo spieghi.

La triste sorte di Palazzo Sagredo a Santa Sofia

La sorte di Palazzo Sagredo a Santa Sofia è ormai compiuta. L’attuale proprietà, grazie alle benevole concessioni delle autorità competenti, ha trasformato lo storico edificio, d’origine gotico-bizantina, in un lussuoso albergo con 46 stanze da letto, molte delle quali con affaccio sul Canal Grande. L’amministrazione comunale, in una città già satura di strutture ricettive, ha pensato bene di approvare una delibera ad hoc, che consentisse il cambio di destinazione d’uso da residenziale ad alberghiero. Le strutture murarie e i ricchissimi apparati decorativi interni, ad affresco e a stucco, sono stati sottoposti a sollecitazioni invasive, per dotare il nuovo albergo di tutti gli scarichi, le tubazioni, gli impianti elettrici, i bagni, le uscite di sicurezza, insomma di tutti quei servizi necessari per il rispetto delle vigenti norme sulle strutture ricettive. Tutto ciò nel totale dispregio delle più aggiornate teorie sul restauro architettonico, secondo cui l’uso di un edificio storico, per quanto trasformato, deve essere compatibile con la propria tipologia e morfologia, e quindi si deve tendere al suo ripristino e non ad un’ulteriore trasformazione che ne comprometta definitivamente l’identità.

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Grandi opere, grandi rovine

Passante e “Grandi opere” , fattori di sviluppo o di rovina per l’entroterra veneziano?

Gruppo di Mirano di Italia Nostra

L’entroterra veneziano sta subendo una rapida trasformazione degenerativa dal punto di vista ambientale. Un paesaggio ancora caratterizzato da ampi spazi di campagna attorno a storici centri abitati ricchi di piazze, ville venete e corsi d’acqua, si sta rapidamente trasformando in un agglomerato informe, senza soluzione di continuità, sotto la spinta della speculazione edilizia che permette elevati profitti trasformando il territorio agricolo in area fabbricabile.
Si tratta di un cambiamento radicale non solo spaziale, ma anche culturale e socio economico. Non si tratta infatti, come ci si sarebbe potuto auspicare, del risultato di un piano di sviluppo concepito da un disegno razionale e rispettoso del patrimonio storico ed ambientale, ma il prodotto perverso di una azione interessata e caotica, di piani regolatori fedeli interpreti di interessi privati, nei quali i comuni attingono forti entrate per bilanci in crescente difficoltà.
Il risultato si traduce oltre che nella distruzione del paesaggio e nello sconsiderato consumo di territorio anche nell’aumento costante del traffico automobilistico per il pendolarismo in entrata ed uscita e in un inquinamento atmosferico stabilmente superiore ai limiti di legge.
Non si tratta ovviamente di un fenomeno recente e neppure diverso da quello che ha caratterizzato molte città italiane.
L’elemento di novità per quanto avviene nell’entroterra veneziano è dato dal fatto che questi fenomeni hanno subito una incredibile accelerazione dalla realizzazione del “Passante autostradale” Dolo-Meolo e dalle altre grandi opere previste o in corso di realizzazione attorno a Venezia ( Mose , Romea Commerciale , Sub-lagunare ).
Per comprendere la vastità del danno paesaggistico ed ambientale che il “Passante” porterà irreversibilmente con se si deve considerare che i suoi 32,5 km si trasformeranno , tenendo conto di caselli e snodi , in 100 km di fronte strada disponibili a ripetere la continuazione di quanto avviene lungo la A4 da Mestre a Milano in materia di insediamenti industriali , commerciali , per la logistica. Gli oltre 100.000 veicoli che a regime si prevede lo percorreranno giornalmente produrranno un inquinamento atmosferico che si andrà a sommare a quello già esistente con pesanti ricadute su un’area densamente popolata.
Sono numerosi i progetti previsti nel settore del commercio e dei servizi fra i quali spicca quello di “Veneto City”, nella zona innesto del “Passante” sulla A4, che prevede la realizzazione di un polo del terziario avanzato in un’area di 56 ettari.
Che la tangenziale di Mestre fosse insufficiente per sopportare il traffico locale e di transito nella direttrice Est-Ovest e che pertanto fosse necessario intervenire è cosa nota da molti anni. Quello che sconcerta è che, ancora una volta, dopo anni di studi e proposte, si sia deciso di realizzare una nuova autostrada, indifferenti alle conseguenze per i territorio ed i suoi abitanti. Non sono state invece privilegiate quelle soluzioni che a parole i più sostengono come le sole in grado di risolvere, a costi più contenuti ed a minor impatto ambientale, i problemi legati alla mobilità degli uomini e delle merci: lo sviluppo della rete ferroviaria e del trasporto pubblico. La linea ferroviaria ad alta capacità che dovrebbe costituire il sistema di trasporto del famoso Corridoio V è qualcosa di cui si parla, di cui si prevedono vari possibili tracciati ma sulla quale non si investono né risorse umane né economiche, mentre per il Passante è stato rapidamente nominato un Commissario e si sono reperiti i fondi per la sua realizzazione. Anzi ad essere precisi, sono stati reperiti i fondi per le sole opere stradali, ma non quelle per la mitigazione ambientale. Le barriere verdi lungo tutto il percorso che erano state promesse agli amministratori locali ed agli abitanti dei comuni attraversati dal “Passante” , si realizzeranno forse e non si sa quando.
Quello poi che ha tutto il sapore di una beffa è il fatto che già da ora si sa che non sarà risolto il problema del traffico Est-Ovest. Il collo di bottiglia si sposterà di qualche chilometro verso Est dove l’autostrada Venezia – Trieste è quotidianamente congestionata ed insufficiente a smaltire il traffico merci su camion in rapido e costante aumento.
Se quindi è evidente che il “Passante” non risolverà il problema del traffico di attraversamento non crediamo di sbagliare nel ritenere che difficilmente contribuirà a risolvere il problema del traffico locale di interconnessione del territorio attraversato rischiando anzi di aumentarlo. Pensato infatti come passante chiuso per il solo traffico di attraversamento, in fase di definizione sono stati previsti alcuni caselli di entrata/uscita finalizzati a permettere il rapido collegamento alla rete autostradale dei traffici commerciali generati dalle numerose aree produttive sorte a macchia di leopardo nel basso Veneto. E’ certa la realizzazione di un primo casello, ai confini dei comuni di Mirano e Spinea, di cui è difficile comprendere l’utilità visto che dista solo 4 km da due caselli della A4, mentre il secondo, previsto in prossimità di importanti aree produttive, è stato per ora stralciato e forse se ne riparlerà in futuro.
A questo dobbiamo aggiungere il fatto che, a titolo di compensazione, ai vari Comuni attraversati dal “Passante” sono stati promessi rilevanti contributi per la realizzazione di opere stradali complementari non sulla base di un progetto coordinato, ma sulla base di scelte decise dalle singole amministrazioni comunali. Le prime opere complementari progettate evidenziano che la campagna sarà attraversata, oltre che dal nastro d’asfalto del “passante”, da ulteriori strade, rotonde, bretelle di collegamento funzionali solo all’espansione metropolitana.
Esemplare è il Comune di Mirano che intende realizzare, come opere complementari, tre tangenziali che attraverseranno la campagna caratterizzata dalla antica “centuriazione romana”. Anche per il traffico di interconnessione locale, le azioni che avrebbero potuto senza ulteriori danni all’ambiente portare benefici effetti riducendolo, sono state invece trascurate. La Metropolitana di superficie, in corso di realizzazione potenziando le esistenti reti ferroviarie, sconta un ritardo di anni e non si intravede la data del suo completamento ; le linee ferroviarie regionali forniscono un servizio scadente sia in termini di materiale rotabile che di rispetto degli orari, disincentivando il loro uso a favore della automobile ; non viene seriamente presa in considerazione la possibilità di espandere, anche ai comuni della cintura, la rete tranviaria in corso di realizzazione a Mestre. Se poi agli effetti che produce sul territorio la realizzazione del “Passante” sommiamo quelli conseguenti alle altre “Grandi opere” in progetto nell’area veneziana come la “Romea commerciale” e la “Sublagunare” o in fase di realizzazione come il “Mose”, lo scavo dei canali portuali, la realizzazione in laguna del terminal cerealicolo, il quadro che si delinea manifesta chiaramente come la classe dirigente sia più attenta agli enormi interessi economici in gioco che alla salvaguardia del grande ed unico patrimonio storico ed ambientale rappresentato da Venezia con la sua laguna ed il suo entroterra.
Se non si riesce a fermare questa logica perversa il rischio concreto è che Venezia insulare diventi una nuova “Disneyland” circondata da una Laguna morta mentre il suo entroterra si trasformi in un unico ed enorme polo della logistica.

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La luce fredda e dura

Raffaele Finazzi

Come tutte le principali città italiane, Venezia si era dotata di una illuminazione pubblica fin da quando l’evoluzione tecnica aveva consentito di avere impianti, prima a gas e successivamente elettrici, idonei a soddisfare l’esigenza di maggior fruibilità notturna delle strade (calli e campi, nello specifico). L’illuminazione pubblica, a Venezia, si è naturalmente evoluta fino a stabilizzarsi su due soli tipi di apparecchi di illuminazione: quelli montati su mensole a muro e quelli su palo.
I primi, costruttivamente molto semplici (vedi figura a fianco) forniti di una lampada ad incandescenza, utilizzati prevalentemente nelle calli e nei campielli per le ridotte dimensioni e per lo scarso spazio a disposizione nella calle. Installati all’altezza del primo piano dei fabbricati, consentivano una discreta illuminazione del piano stradale, una pressochè nulla diffusione della luce verso l’alto (legge regionale contro l’ ante litteram) ed una notevole semplicità di manutenzione.
I secondi, installati su palo a gruppi di tre, inizialmente alimentati a gas e successivamente convertiti all’alimentazione elettrica, sono stati utilizzati lungo la Riva degli Schiavoni e nei luoghi pubblici scoperti di maggiore ampiezza. Dotati anch’essi di lampade ad incandescenza, fornivano una illuminazione più diffusa, adatta alle aree di installazione, integrandosi nell’ambiente urbano.
Da pochi anni, l’intera rete di illuminazione stradale a Venezia è in corso di revisione, non per quanto riguarda gli apparecchi illuminanti, bensì per quanto riguarda il tipo di lampade installate.
L’evoluzione di alcuni tipi di sorgenti luminose e la spinta verso il risparmio energetico, hanno reso disponibili sul mercato lampade molto diverse da quelle presenti trent’anni fa. Nello specifico, sono comparse lampade a scarica che, assorbendo una potenza pari alla metà di una lampada ad incandescenza, emettono il triplo di flusso luminoso (luce emessa). Ciò ha dato luogo alla revisione dell’intera rete di illuminazione pubblica con la sostituzione delle lampade ad incandescenza con lampade a scarica. Questo, anche per la presenza sul mercato di lampade a scarica di forma analoga alle lampade sostituite, ha consentito di mantenere pressochè invariati gli apparecchi illuminanti.
La sostituzione ha comportato però almeno tre “effetti collaterali”, in parte voluti, in parte conseguenza del nuovo tipo di lampade. In primo luogo, forse a causa del discutibile concetto “più luce uguale più sicurezza” è stato di molto aumentato l’illuminamento, in parte perché “veniva gratis”, ossia facendo le nuove lampade sei volte più luce a parità di potenza rispetto a quelle ad incandescenza, pur riducendo la potenza si poteva comunque avere più luce.
In secondo luogo la tonalità di luce delle lampade a scarica risulta più “fredda” di quelle ad incandescenza, notoriamente più “calde”, e questo ha in parte variato sui passanti l’effetto psicologico provocato dall’illuminazione stessa. In passato questa veniva percepita come soffusa e morbida (in qualche caso anche carente), oggi è più dura e fredda.
In terzo luogo, necessitando le nuove lampade di ausiliari elettronici per funzionare, è comparsa la scatola grigia, fissata a muro.
Per quanto riguarda gli apparecchi montati su palo ( i “ferai”), la sostituzione delle lampade ha causato anche in questo caso una variazione della tonalità della luce emessa ed una maggiore luminosità. Essendo questi lampioni visibili anche da lontano, stante la loro collocazione sulle rive, è variata l’intera immagine notturna della città, ora più fredda e con distanze accorciate, essendo più visibili le rive lontane.
Un cenno a parte merita inoltre l’illuminazione intenzionale di alcuni fabbricati storici. Dovuta al corretto concetto di garantire una fruibilità estetica anche notturna di questi fabbricati, non sempre però è stata portata a termine in maniera rispettosa dei fabbricati vicini e quindi dell’insieme architettonico. In altri termini l’inondare il fabbricato di luce dal basso, genera l’effetto nell’osservatore di vedere un monolite del tutto avulso da quanto lo circonda. Questo, se nelle normali città può avere una sua ragione, in quanto mette in luce il fabbricato storico estraniandolo dalle costruzioni circostanti, spesso mediocri o troppo moderne al confronto, che rimangono al buio, a Venezia fa perdere di vista l’armoniosità dei vari edifici che devono essere invece fruiti visivamente insieme.

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